“Tutti per l’Italia” ci cova
Qualcuno sbuffa un po’, ma il teorema del 2013 funziona e prende piede
La teoria della grande coalizione per il 2013 si fa largo, sempre di più, sia nel centrosinistra (area Enrico Letta, il più esplicito) sia nel centrodestra (fino a ieri a trazione berlusconiana). In ampi settori del Pdl questa lenta meccanica si accompagna a una intuizione – smentita ma più che mai vera – del Cavaliere. Leggi Il teorema dell'anno 2013 di Giuliano Ferrara - Leggi “Tutti per l’Italia”, ma con Alfano di Salvatore Merlo - Leggi Perché il caso Palermo complica (e di molto) i rapporti tra Bersani e i montiani “costituenti” del Pd di Claudio Cerasa
6 AGO 20

La teoria della grande coalizione per il 2013 si fa largo, sempre di più, sia nel centrosinistra (area Enrico Letta, il più esplicito) sia nel centrodestra (fino a ieri a trazione berlusconiana). In ampi settori del Pdl questa lenta meccanica si accompagna a una intuizione – smentita ma più che mai vera – del Cavaliere: pensionare il Pdl, creatura che ha ormai esaurito la sua spinta propulsiva, per ricostruire il polo dei moderati con Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini. “Tutti per l’Italia”, nuovo cartello elettorale in cui sciogliere i partiti e mettere all’asta democratica delle primarie la leadership. La riforma istituzionale, e dei regolamenti parlamentari, preparata dal Pdl, dal Pd e dall’Udc, frutto di un accordo storico nel paesaggio delle divisioni italiane, è la premessa di tutto, ovvero come dice Michele Salvati è “un disegno né di destra né di sinistra, che non riguarda la democrazia, ma le precondizioni della democrazia”. Il professore ed editorialista lo ha scritto anche ieri nella colonna di apertura del Corriere della Sera parlando dei “partiti dopo Monti” e di una necessaria “seconda ricostruzione” delle fondamenta repubblicane in cui le forze politiche (da rifondare) dovranno avere un ruolo ma all’interno di una legislatura costituente guidata da un governo “tipo Monti”.
La politica è spesso lenta e le resistenze legittime. Nel Pdl, taluni, come Sandro Bondi, contrappongono la nascita di un grande cartello elettorale dei moderati al percorso di solidificazione della creatura berlusconiana: le tessere e i faticosi congressi che il Pdl sta concludendo in questi giorni. Eppure a nessuno sfugge che con le dimissioni di Berlusconi e l’avvento di Monti, di qui alle elezioni del 2013 (non così lontane), sia successo qualcosa. Il Cavaliere tende a compiacere l’interlocutore del momento, e dunque, domenica di fronte all’apparato del Pdl riunito a Milano, ha spiritosamente circoscritto a idea altrui l’opzione di “Tutti per l’Italia”. Ma la realtà è un’altra.
La politica è spesso lenta e le resistenze legittime. Nel Pdl, taluni, come Sandro Bondi, contrappongono la nascita di un grande cartello elettorale dei moderati al percorso di solidificazione della creatura berlusconiana: le tessere e i faticosi congressi che il Pdl sta concludendo in questi giorni. Eppure a nessuno sfugge che con le dimissioni di Berlusconi e l’avvento di Monti, di qui alle elezioni del 2013 (non così lontane), sia successo qualcosa. Il Cavaliere tende a compiacere l’interlocutore del momento, e dunque, domenica di fronte all’apparato del Pdl riunito a Milano, ha spiritosamente circoscritto a idea altrui l’opzione di “Tutti per l’Italia”. Ma la realtà è un’altra.
In alcuni ambienti del Pdl (persino vicini al Cavaliere) non si sono ancora spente le speranze di una estrema mossa antimontiana di Berlusconi: la crisi di governo, le elezioni. E non solo tra alcuni ex di An che custodiscono ancora con cupidigia il simbolo della vecchia Allenza nazionale (non si sa mai). Ma il Cavaliere non ci pensa nemmeno a mollare il professore e presidente tecnico del Consiglio, né il suo garante istituzionale che abita al Quirinale. Monti, come spiega il professor Michele Salvati, per curare la crisi italiana sta facendo quello che Berlusconi e Prodi non sono riusciti a fare nel sistematico tramestio degli ultimi (divisivi) vent’anni di storia politica italiana. Ma quest’ultimo scorcio di legislatura non è sufficiente. “Vedano i partiti come assicurare ancora, nelle prossime elezioni, una solida maggioranza a questo tipo di governo”, dice Salvati. E il Cavaliere – così come Casini ed Enrico Letta – lo ha capito benissimo: venuti meno il conflitto di interessi, il conflitto con i magistrati, il conflitto personale (o di stile) e infine anche il conflitto archeologico sul comunismo, non rimangono che una sfilza di obiettivi comuni tra cui quelle riforme istituzionali (sul bicameralismo, i regolamenti parlamentari e i poteri del premier) che domenica scorsa Pdl, Pd e Udc hanno già solidificato in una (impensabile fino a pochi mesi fa) proposta condivisa. Con vigile discrezione, all’ombra dei partiti, si muove Giorgio Napolitano, che benedice e asseconda questo movimento con tutti gli strumenti a sua disposizione. Il Quirinale è forse l’istituzione più impegnata a favorire l’ncontro tra le forze che compongono la maggioranza tripartita che sostiene Monti, come fa intuire l’intenso lavorio del presidente del Senato Renato Schifani (“questa occasione per le riforme non possiamo perderla”, ha detto ieri). Sono le condizioni della pacificazione, o meglio, come spiega Salvati “gli orientamenti comunemente condivisi che sono necessari affinché la dialettica tra i partiti possa svolgersi senza esasperazioni dannose”. La parola nuova è dunque “Tutti”; la chiave per una ridislocazione non faziosa della politica. Per i moderati, un tempo berlusconiani (ma non solo), è l’occasione per recuperare l’unità e il senso di alcune scelte strategiche in una condizione in cui il centro parlamentare può decidere molte condizioni di gioco. Casini, pur cauto, lo sa: sarebbe assurdo tornare a dividersi nel 2013.
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